DALLE TARANTELLE DEI GIORNI FERIALI
di Tiziana Nasta

La poesia di Tiziana Nasta  inizia a farsi delle domande, cercando di darsi e di dare delle risposte. La nostra autrice si affaccia a questo mondo cercando innanzitutto un dialogo con se stessa scevro da ogni possibile sconfinamento in angoli e chiacchiere di poco conto, in qualunquismi retorici e banali: la sua proposizione è sincera ed anche severa, misurata e consona alla sua preparazione ed esperienza di vita. Il suo scopo è dunque quello di ricostruire, di riformare in qualche modo, quei legami con l’autenticità del mondo in cui è immersa, ben sapendo che la poesia, la sua poesia, potrà aiutarla molto in questo compito, anzi le darà il mezzo, lo strumento, per far sì che la città possa aprirsi alle emozioni, ai sentimenti, al senso estetico, all’armonia.

Tre sono le direttrici principali che Tiziana Nasta affronta in questo suo primo, e ben riuscito, tentativo di “sensibilizzare” il mondo circostante: la città, la scuola e il teatro. Il titolo della raccolta è emblematico: “Dalle tarantelle dei giorni feriali”, e riassume certamente tutto il suo progetto poetico. Le “tarantelle” dei giorni feriali non sono altro che la rappresentazione in versi di una città folkloristica, gloriosa (lei si riferisce a Napoli, ma in realtà il significato di “città” può estendersi metaforicamente a qualsiasi società urbana), ma che ha perso oggi l’antica effervescenza naturale, abbandonandola sotto una patina grigia e soffocante di cattiveria e di egoismi: “La via dei pastori / ben si coniugava / con possenti colonne greche / e di tanto in tanto una foglia imbiancata / lasciava sul marmo / una patina d’incolta trascuratezza…” E ancora leggiamo in “La mia città”: “Volontà di uscire dall’ omertà degli abiti / di coglierne in uno canto sdegnoso / quei talenti abbattuti allo scoppiettio del marciapiede / ove di giorno una vecchina ne chiede l’ elemosina / e di notte ne schiamazzano i vicoli di scugnizzi…

Ma anche il mondo della scuola entra nei versi di Tiziana Nasta, e non poteva essere altrimenti, lavorando ella in quell’ambito e attingendo quindi a piene mani da molteplici e svariate situazioni, anche paradossali, che caratterizzano il sistema scolastico: nella corposa poesia “Alla scuola”, parafrasando ironicamente la classica ode del 5 maggio di manzoniana memoria, la nostra autrice afferma: “Ella fu. In illo tempore intoccabile / nel suo ciglio unitario / consumato da cerimonie ampollose, / stette l’edilizia fibrillante / senza più palestre intelligenti / e sfasata da perpetui arrangiamenti / cos’or sferrava l’ennesimo attacco/ all’anelata libertà?...”

Significativa e intensa la parte che Tiziana Nasta riserva al “teatro”: anche qui, e risulta subito evidente nelle tante poesie che formano questa interessante raccolta, opera prima dell’autrice, lei prende spunto dagli ambienti teatrali che ha frequentato e frequenta con assiduità e impegno, mantenendo tra l’altro contatti frequenti con Annamaria Ackermann, attrice di teatro di grande spessore e suo grande punto di riferimento.

La “maschera” è l’archetipo, il simbolo indiscusso delle rappresentazioni teatrali, ed anche la nostra Tiziana, riferendosi in particolare a quella di Pulcinella, con audacia lodevole si lascia andare a nostalgie e disillusioni, a rimproveri nei confronti di queste, perché, rassegnate, non hanno più voluto combattere per ripristinare l’antica gloria, l’antico splendore, l’antica umanità. Si rivolge così al suo “Angelo”, chiedendogli di “scambiare con lui due brevi parole“: “E lui: – Sai, camminare in tanta mediocrità / aveva infangato i miei piedi / ed il decollo per spiccare fin sopra il tuo cielo / mi era impedito, / perché mi ero appesantito, / per questo a te sembrava che non c’ero.-”

Un Angelo/Maschera che abbandona la città, disilluso e rassegnato ormai, per le tante nefandezze e ingiustizie che “infangano” i piedi dei buoni viandanti.

Ed è proprio il “Dialogo tra Tiziana e Pulcinella” ad aprire la raccolta: un dialogo accorato, come afferma la stessa autrice, dove anche qui risalta la delusione nei confronti della “maschera” per non aver fatto più sentire la sua presenza, la sua vicinanza alla città: “Tiziana: ciao. Come stai? In questi anni la tua grande assenza non ha colmato il mio vuoto….” E la risposta di Pulcinella: “Ti hanno fatto credere ciò che volevano per confonderti , non è vero che mi sono venduto e m’impegno ogni secondo per ritrovare la mia perduta guarattella. Non mi arruoleranno tra i perdenti!…”

Insomma, una speranza ultima che le “maschere” possano in qualche modo tornare a rappresentare il nucleo essenziale, la storia e l’anima autentica della città; un richiamo al sogno, ai colori e ai valori intrinseci che ogni società dovrebbe serbare e difendere: la poesia di Tiziana Nasta è in fondo un monito, un accorato appello a tutti coloro che hanno la “maschera” nel cuore (e non sul volto per nascondersi!…), affinché l’umanità vera affiori di nuovo in tutti noi.

Giuseppe Vetromile