Fili d’aria riflessi

Michela Marano

Michela Marano nasce in quella terra fertile di versi, dove la nebbia si fa fertile di affetti.  Chi vive su queste montagne non sa solo della neve e di un isolamento che in qualche tempo si fa drammatico, ma è anche terra di ascolto, anche di accoglienza di dolori altrui e di voci lontane.
Così la nostra poetessa si pone sulle strade del culto della ragione, lei sa guidare, anche su strade pericolose e dissestate. Tutto il movimento, ben stratificato dalle leggi della storia, non è mai danza, bensì passo dopo passo, che potrebbe portare, anche arrivare alle grandi finalità dell’esistere. La sua dignità è portone solido, sulla soglia approdano le foglie disperse di canti sospirati, appena dischiusi, di finestre chiuse per un abbandono obbligato.
Michela Marano non alza la voce, ma il suo incedere è fiero, cosciente di quanto la vita possa essere difficile, soprattutto per chi è figlia d’Irpinia. La poesia rispecchia per certi aspetti una limatura accorta, un canovaccio simile a quello ungarettiano, una fresatura che non deve permettere orpelli. Eppure, nella lettura accorta si insinua lieve un desiderio di esserci, di partecipare a un riscatto che deve pur venire, ed ecco lodevole l’amore per i suoi alunni, per le colleghe, la solidarietà per i terremotati, per il figlio, al quale insegna i misteri della scrittura e della parola poetica.
Si nota nell’opera una spietata sismicità, la poesia non è mai dispiegata, non ha mai il volume di un fiume gonfio, muove accorta i suoi passi, per non scivolare, per non essere troppo, né troppo poco, est modus in rebus, sembra ricordarci ad ogni verso. Il sussulto è controllato, come se la paura di cadere, la renda cauta, senza, però, perdere quell’acetum causticum che sulle ferite frigge come il fuoco.

Carmen Moscariello

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