In copertina “Rapsodia” china e acquerello 30×40 – 2016 di Silvia Carpentieri

MADRIGALe mi chiamavano puttana
Yuyam Marilyn Justiniano Roca

Yuyam Marilyn Justiniano Roca è nata il 24 febbraio 1961 nella città di Santa Cruz de la Sierra, nell’est Boliviano. Ha studiato giurisprudenza e comunicazione sociale. Figlia del “Poeta dei poveri”, Dagoberto Justiniano Ardaya, ha la poesia nel sangue. La facile prosa e il ritmo colloquiale delle sue poesie, riconosciute dai media della sua terra, dove ogni settimana venivano pubblicate, affrontano questioni politiche e sociali o parlano di amicizia, vita e amore. Lei sostiene di scrivere meglio quando la vita la colpisce duramente. La sua prima raccolta pubblicata nel 1995 “Una voce necessaria” è stata scritta dopo un momento di grande tristezza, dubbio e incomprensione. Durante gli ultimi vent’anni, ha scritto solo in privato, dedicandosi alle pagine della sua vita e dando così un futuro ai suoi figli, lontano dalla sua terra natale.

Dopo essersi impegnata politicamente e aver vissuto sulla sua pelle il processo di cambiamento del suo paese, si trasferì in Europa con i suoi quattro figli minori. Lì, condividendo esperienze, riparo, cibo e dolore con altre don-ne, scoprì che molte di loro pur provenendo da altri paesi, Africa, Europa, Asia, America Latina, avevano vissuto situazioni simili, erano state vittime di abusi e violenze di ogni genere. Si unisce così come volontaria per lavorare e sostenere i migranti, con penna e carta, come redattore e revisore di un piccolo giornale in lingua spagnola.

Yuyam scrive con cuore aperto e con mente pulita. È una delle persone più ottimiste, oneste, corrette e sincere che conosca. Non tollera l’ingiustizia e non potrebbe mai accontentarsi della mediocrità di chi si limita ad esistere dimenticando di vivere. Forse è un marchio di famiglia, ereditato dai suoi antenati italiani, i Giustiniani. Ciò che dice e che fa è sempre spinto da un senso di giustizia e rettitudine, e soprattutto amore per il prossimo. Le sue azioni sono dirette con passione e dedizione, non conosce sfumature, bianco o nero. La parola è d’oro e il ricordo eterno. Allegra e sorridente, ha una mano aperta per chi ne ha bisogno. Rispettosa e diligente, la sua spontaneità e lo spirito vivace le permettono di risolvere problemi di ogni tipo: di difendere i diritti dei lavoratori del petrolio negli anni ’90 quando il suo paese era un processo di nazionalizzazione o combattere affinché i suoi figli potessero avere una buona educazione scolastica.

Non le piace l’ingiustizia, in particolare contro i bambini e le donne. In questo libro è raccontato tutto, tutto ciò che visse nella carne. “Madrigal… e mi chiamavano puttana” è il ritratto di una donna che prende il succo dalla vita, che vive al massimo, che si dà senza riserve e sogna una vita migliore. In una società in cui le donne sono considerate meno degli uomini e dove i loro diritti sono dettati dalle tradizioni e dai costumi maschili, la lotta è permanente. Molte donne, provenienti da diverse società e culture, si potranno identificate in questo ritratto, ieri e oggi. Con una prosa dura, ci racconta alcuni episodi crudeli della sua esistenza, senza veli o paura; una nuda verità.

Tuttavia, anche se i momenti difficili e dolorosi potreb-bero aver rimosso il sorriso e averla trasformata in una persona amara, risentita e triste, lei ci mostra che niente e nessuno dovrebbe cambiarti. La sua gioia e il suo desiderio di vivere sono contagiosi ed è diventata davvero per me una voce necessaria… spero anche per voi.

Su marido, Richard Ortega Gallego.

Prezzo15,00 euro