Luca Cantore D’Amore (Salerno, 25 giugno 1991) pur di non lavorare mai, consegue tre corone d’alloro: in Architettura d’interni e Interior Design, al Politecnico di Milano, e in Storia dell’Arte; ma a lui questa cosa non piace. A lui sarebbe piaciuto, invece, unire ufficialmente i suoi due cognomi. Ma non lo ha mai fatto. Oltre che laurearsi ad oltranza, si occupa di storia e critica dell’arte, scrivendo articoli di giornale, testi per riviste di settore, collaborando con gallerie e parlando – e quanto parla! – da bravo Cantore, alle mostre e agli eventi che presenta in giro per i luoghi. La passione per la scoperta, la perenne necessità del nuovo, la fame di vita, l’attaccamento viscerale alle radici, sono gli ingredienti imprescindibili dell’otium in cui da sempre sguazza libero, assecondando sempre e solo una cosa. Una cosa che non è una cosa: la passione per la bellezza.

L’ESTETICA DEL DECANTER

Luca Cantore D’Amore

Queste pagine parlano del lato astratto della vita: quello ineffabile e sfuggente delle emozioni e degli stati d’animo, dei sentimenti e delle sensazioni. In un intreccio tra malinconia e divertimento si srotolano le avventure del protagonista che riflette, in prima persona, sull’assenza di senso dell’esistenza; oscillando tra l’ironia, il sarcasmo, il giudizio e una patina di nostalgia, dell’animo controverso, paradossale e riflessivo del personaggio principale. Attraverso una’indagine di sfumature di vita e di emozioni sotterranee, questo libro crea un’architettura sentimentale, una mappatura del mondo, che ha l’ambizione di affrontare la profondità della vita con enorme superficialità e viceversa. Ogni dettaglio, descrizione o aggettivo, contribuisce a delineare una visione, grazie all’analisi meticolosa e all’incasellamento maniacale di ogni sfumatura o personaggio. Con sullo sfondo della storia, la presenza costante, metaforica e ingombrante della neve. L’intero significato del libro si potrebbe riassumere nel suo titolo, ermetico e fuorviante: il decanter, infatti, per la sua forma sinuosa ed essenziale, si consolida nell’immaginario di molti come un oggetto dalla indiscutibile eleganza e bellezza. Talmente gradevole lo si considera che, ognuno, è disposto a trascurarne il suo unico, per quanto enorme, difetto: l’assenza, quasi totale, di utilità. Una metafora che sottolinea come ci si innamori della forma delle cose, trascurandone la sostanza, quando ci si affaccia al mondo degli oggetti (il design, l’architettura, la moda). Ma che allo stesso tempo evidenzia anche come, nell’infatuarsi tra umani, accada precisamente l’opposto: innamorarsi della sostanza, prima che della forma (gli amori, le amicizie, i rapporti umani). Osservando, così, come i veri decanter, in fine, non siano altro che gli esseri umani stessi: mezzi pieni, mezzi vuoti, stracolmi o meno, mentre s’arrabattano in questa favola divertente e dolorosa che è la vita. Con violenza, tenerezza, inquietudine, euforia e affrontando i temi più vari, si giunge alla fine, sovvertendo il canonico percorso di ogni libro che parla innanzitutto di una storia: qui si parla del significato.

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