chissà dove finiscono i calzini spaiati
i tappi delle biro
le sciarpe nelle giornate ventose

deve essere un posto speciale
lo stesso delle parole sulla punta della lingua

lo stesso di tutti i pensieri mai espressi

Max Della Porta è nato in Svizzera nel 1970.
È laureato in Sociologia ed è un appassionato di Cinema e Fotografia.
Nella vita si occupa della vendita di prodotti e servizi destinati alle imprese.
“Gli orizzonti sono coincidenze” è la sua prima raccolta.

GLI ORIZZONTI SONO COINCIDENZE

Max Della Porta

Le epigrafi scelte dall’autore delineano con chiarezza la cognizione che la memoria sia custode dei sentimenti; ma essa è un luogo della mente tutt’altro che limpido. Un buio in cui cadono e si ritrovano parole, immagini, legami. Non si tratta di un’oscurità spaventevole, ma di un ambiente caldo e accogliente; una memoria come casa.
Quali sono dunque le strade che alla memoria conducono?
Nulla di esoterico: la via maestra per il ricordo è la vita, con le sue sensazioni, le circostanze che la evocano. Ricorrono i temi del vento, aria che si muove e che muove, del silenzio del tempo che si sospende, dell’acqua che dona dimensione alla fluidità dell’esistere.
Ecco quindi che nella sua concezione poetica Max Della Porta agisce controcorrente, tentando quasi una resistenza civile: “tra i pugni chiusi racchiudo le parole per nasconderle al mondo”, dice, fino ad assomigliare “ad un refuso”, in dissonanza con disegni altri e altrui di competizione per il successo, anche nell’atto creativo che organizza, produce e dà alle stampe un testo.
Un desiderio arcadico nel senso migliore del termine, una pacificazione tra uomo e uomo, tra uomo e scrittura, tra scrittura e ricordo; la rappresentazione della coincidenza, dell’improvviso trovare un ordine pur sapendo che non ne esiste uno. Anche la decisione, il gesto stesso dello scrivere cui poco prima si accennava sono un riconoscimento di questo permanente disordine, che ritrova nella memoria un senso di mitezza, di ormai trascorsa, se anche mai fosse, minacciosità; il tempo di ciò che è già accaduto.
L’idea di destino rappresenta infatti un altro nucleo importante in questa raccolta; in un senso insieme personale e universale, come riguardante cioè quello che non poteva che essere così com’è.
Distante dalla rassegnazione, risiede invece in questa lettura il vigore di un’accettazione per quanto si è perduto, ma si è perduto poiché è stato vissuto, in contemplante malinconica gratitudine.
Il sentirsi fuori posto, sbagliati, rappresenta l’eco di questa dissonanza, che nasce dall’essere (più ancora che dal sentirsi) contemporaneamente parte di due tempi lontani tra loro.
E ritorniamo dunque ad accarezzare la memoria quasi come una potenza alleata che non si desidera inimicarsi a nessun costo; come città natale da cui mai ci si stacca definitivamente.

Come una soglia che si varca solo con il corpo fisico, ma mai con il cuore.

Francesco Ferracuti