ATTENZIONE!!!
Si ricorda a tutti i partecipanti che aderire al concorso con nomi falsi o opere non proprie è reato perseguibile penalmente

PAROLE IN QUARANTENA

In questi giorni in cui siamo costretti a restare in casa tra preoccupazioni, mancanze e sconforto, è molto importante lasciar fluire le emozioni: raccontare e raccontarsi, restare connessi con il proprio io e con gli altri. Per questo motivo la casa editrice Edizioni Il Papavero ha deciso di mettere a disposizione di tutti uno spazio in cui condividere racconti brevi e poesie.
Invia le tue “Parole in quarantena” all’indirizzo mail: edizioniilpapavero@libero.it, le pubblicheremo sul nostro sito e sui nostri canali social.

E LE PORTE SI SPALANCARONO ALLA MERAVIGLIA…

C’era una volta Amore. Tutt’intorno si aggirava tra orti assolati e in riva al mare, suggerendo parole sconnesse a chi si voleva bene, ma non riusciva a dirselo…  Arrossiva i tramonti, si schiudeva negli abbracci e nelle mancanze e tingeva arcobaleni prima che venissero dipinti sui fogli della necessità… Presiedeva al bacio di rinnovo delle promesse nuziali e si fregiava di distribuire candore a tutte le vergini del mondo, mentre tulipani, gardenie, rose e gigli rifiorivano e profumavano le vie del piacere… Era bellezza pura e ridente, prima di ammalarsi. Un giorno tristezza si accorse della sua solitudine e sapendo che i suoi occhi non sarebbero mai stati riempiti da una grazia di egual misura, la ferì di un morbo scuro e ottenebrante. La cecità rese Amore ancora più sensibile e in un afflato di sovrappensiero Lei recuperò la vista e lì, nella prigionia della sua anima, vide Tosse. Claudicante, supponente e acerbo, eppure Lei ne avvistò tutta la delicatezza. Così nella sua mente scorse le idee platoniche e iperurani e meteore e luci e soli e sfere e bagliori e carezze. Un giorno accortezza intuì che Tosse aveva bisogno di una compagna fedele ed eterna. Allora, davanti al simulacro del diluvio universale, Tosse levò lo sguardo su una fanciulla vestita di bianco, ferma, immobile per paura di vacillare. Lui le prese la mano e la portò nel suo giaciglio di morte e oppressione che lei sola fu in grado di illuminare. Gli sfiorò il viso arcigno che subito sotto le sue dita divenne radioso e gentile e lo immaginava bello e forte e soave e colorato. Tosse capì il miracolo dell’innamoramento e sentì un desiderio tale di possedere la coscienza dell’amata che ascoltò ogni suo respiro e annotò ogni petalo dei suoi pensieri su ogni goccia di cielo. Lei vi si concesse senza timori, nuda nella sua interiorità più profonda e felice di darsi ed essere contraccambiata. Dopo pochi mesi, ruzzolava gioiosa e libera tra i prati sotto la luce della primavera, nuova e ardente di vita, la speranza.

Tiziana Parisi

LETTERA DALLA VITA

Caro Essere Umano,
ti scrivo questa mia, per quanto possa servire.
È passato solo poco tempo ma già ti sembra un’eternità da quando una giornata di sole, l’abbraccio di un amico, il canto degli uccelli e il vento sulla pelle erano cose scontate. Dettagli ordinari. Semplici sensazioni da poter assecondare senza grosse difficoltà.
Quante volte hai detto: “vorrei stare un po’ da solo” o “cosa darei per rimanermene a casa”?
Ignori il fatto che a aver a che fare solo con te stesso sei costretto ad ascoltarti. Cosa che non ti capita molto soventemente e ad essere onesti, non ti fa nemmeno tanto piacere.
Quante cose hai scoperto di te in questo periodo che fin ora ignoravi? Che cosa è davvero importante per te? Cosa ti manca di più? Cosa avresti fatto se tutto questo non fosse accaduto? Cosa farai quando ciò sarà finito?
Ci hai già pensato? O stai forse aspettando di avere più tempo?
Tempo.
Tutti desiderano avere più tempo e ora che ce n’è in abbondanza non sai che fartene.
Si desidera sempre quello che non si può avere, perciò ciò che ora desideri è fare quella corsetta che non hai mai fatto, magari semplicemente perché non ne avevi voglia.
Scommetto che ti manca vero?
Non ho scritto chi, eppure tu hai già pensato a qualcuno.
Sei sicuro che non ti manchi solo perché ora come ora non puoi farci proprio niente?
E allora io mi chiedo: perché ti annoi?
Perché non usi tutto questo tempo per crescere? Qual è la lingua che non hai mai imparato? Qual è il libro che tieni sul comodino da sempre e non hai mai finto?
Perché non fai gli esercizi che ti farebbero smettere di sentirti a disagio col tuo corpo che non hai mai avuto “il tempo” di modellare?
Certo che sei strano tu. Solo ora ti vuoi far sentire vicino a chi fino a poche settimane fa ignoravi o addirittura ti infastidiva. La gente di cui ora senti tanta nostalgia è sempre la stessa con cui magari sei stato scortese, menefreghista.
E ora invece tutti uniti da melodie che volano di finestra in finestra.
Appendi disegni e condividi messaggi di forza e incoraggiamento ma l’ironia è che quando tutto questo sarà finito, tornerai ad essere il solito cinico insofferente.
Sei buffo sai Essere Umano… vai contro ciò che ti viene consigliato perché sei sempre convinto che per tre sia diverso, che tu abbia dei validi motivi per fare ciò che fai. Anche se in realtà stai solo facendo si che questa situazione, che tanto odi, si prolunghi.
Capirai mai chi sei? Da dove vieni e soprattutto dove stai andando?
Ti renderai mai conto che le tue azioni, sia nel bene che nel male, influenzano il futuro degli altri?
Ti accorerai che tutto questo dovrebbe farti capire che il pianeta che ti ospita, da quando non ci sei respira ma potrebbe essere tardi per guarire?
Realizzerai che non sei poi così sfortunato perché per alcuni di voi, non poter uscire, costa letteralmente la vita, mentre tu sei solo sul divano a riscoprire la vera noia.
Ma infondo tu sei fatto così, come io sono fatta a modo mio.
Spero che la mia lettera ti aiuti a riflettere e giudicarmi meglio, ora che ne hai il tempo. La mia condotta, dipende solo da te.

Un augurio di coraggio e giudizio,
La Vita

Giorgia Battaglia

PAROLA IN QUARANTENA

«Eccomi, sono pronto».
«Sembri un rapinatore. Sicuro di riuscire a respirare?».
«Sicuro. Hai la lista?».
«Sì, è qui sul tavolo».
«Un trancio di bue, no?».
«No, rallenterebbe la tua fuga dagli sbirri».
«Tesoro questa lista è infinita».
«Tesoro io mangio per due e tu da solo …».
«Io mangio pochissimo».
«Davvero! Dillo al pacco di frollini che hai finito in un pomeriggio».
«I frollini non contano».
«Bé chiamo a testimoniare le brioscine alla marmellata».
«No, le brioscine no!».
«E invece sì!».
«Chiedo la clemenza della corte».
«Clemenza accolta, purché …».
«Purché?».
«Purché mi porti i grissini all’aglio».
«D’accordo, e anche dentifricio e collutorio visto mi ci trovo».
«Che cosa vorresti dire?».
«Niente. Io non penso e non parlo mia signora».
«Sarà meglio per te».
«Vuoi anche i biscottoni glassati?».
«Come sai di loro?».
«Il fatto di mangiarli al buio non insonorizza la stanza. La prima volta, credevo ci fosse un procione nel letto».
«Stronzo».
«Ti amo anch’io».
«Il bimbo non si calma senza uno spuntino notturno».
«Certo».
«È così! ».
«Ho detto certo».
«Allora vai? ».
«Vado».
«Stai attento».
«Certo».
«Hai rotto co’ sto cazzo di certo».
«Sta tranquilla. Una rapina veloce e torno, tu fai la guardia al covo».
«Sarà fatto».
«Ti amo, e non mangiare i mobili mentre sono via».
«Tenterò ma non ti prometto niente».
«Ciao».
«Ciao».

Alessia Licari

LA VITA DIETRO LE QUINTE

Anche quel pomeriggio si alzò a fatica, la febbre era scesa e madida di sudore approfittò del lieve benessere che si stava impossessando di lei per fare una doccia e cambiare il pigiama.
Non le bastavano più ormai i pigiami. Tanto sapeva che fino alla sera la febbre le sarebbe salita nuovamente, chissà quando ne sarebbe venuta fuori. Non sapeva come e perché si era ammalata di broncopolmonite.. un virus , aveva detto il medico.
Ma che poteva saperne il medico, l’anima si ammala per una delusione o per un tradimento, che sia di un amico o della persona amata fa sempre male e di conseguenza si ammala il corpo. Forse è una valvola di sfogo.
E lei ci era rimasta male quando Rudy se ne era andato senza darle molte spiegazioni. “ non ti amo più “ le aveva detto . “ che senso ha stare insieme? Sarebbe ipocrita – ed aveva ragione si, però ragione da star male. Lei male ci stava davvero. Aveva percepito da tempo il lento distacco ma la fine è sempre dura, difficile da accettare.
Però adesso stando col naso incollato al vetro della finestra guardando la gente con gli ombrelli, passi frettolosi, innamorati che si tenevano per mano, bambini che le madri accompagnavano a scuola, le sembrava di vivere dietro le quinte.
Quell’inverno particolarmente freddo sembrava non finisse mai. Ogni tanto uno spiraglio di sole capriccioso faceva capolino riflettendosi nel vetro come una sottile fascia di arcobaleno e a lei guardare quei colori faceva bene . aveva voglia di tornare nuovamente fra le gente, sotto la pioggia o il sole..non aveva importanza, era quella la vita che rivoleva indietro, la sua vita.
Tutto passa, la vita gli amori le stagioni… ogni stagione ha i suoi colori, e lei quei colori li amava tutti.

Francesca Dicuonzo

LA FARFALLA MONARCA

C’era una volta una ragazza seduta sull’uscio di casa che osservava, col naso all’insù, la finestra di un antico palazzo poco distante dalla sua abitazione mentre i timidi raggi del sole sfidavano il silenzio ovattato. Non ci aveva mai fatto caso: quel palazzo era una torre, un tempo? Si chiese. Forse Rapunzel cantava da quel davanzale mentre si lavava i capelli.
O un drago era solito dormire all’interno per proteggere il suo tesoro.
Forse un arciere coraggioso e sensibile leggeva il suo libro di poesie guardando i tetti intorno.
Come sono sciocca, pensò, quando il vicino cinguettare dei pettirossi interruppe il suo fantasticare.

C’era un ragazzo, invece, che guardava fuori dalla finestra appoggiato alla scrivania.
Era malinconico tanto quanto il giorno stesso. Ma la sua mente volava lontano…
Che bello sarebbe stato, pensava, bere un caffè caldo in buona compagnia, sognando terre sconosciute, dove colori, profumi e fiori sono diversi. Oh! Quella ragazza con gli occhi grandi, là fuori, potrebbe essere un coraggioso pirata alla scoperta del mondo a bordo della mia nave. Insieme regaleremmo felicità e dolci al cioccolato a tutti coloro che incontreremmo!

Quando quegli occhi – tutti e quattro – si incontrarono, molti colori si mescolarono: dal marrone al blu.
La ragazza agitò la mano, e così fece pure il ragazzo, scoprendosi l’uno per l’altra per la prima volta, ma non per questo furono sorpresi.
Gli manderò un bacio, pensò la ragazza. Forse sorriderà in questo giorno tedioso.
Lo fece, poi rientrò in casa sognando di un nuovo personaggio coraggioso per le sue storie:  poteva essere un pirata che viaggiava per il mondo!

Il ragazzo afferrò il bacio al volo, chiudendolo nel suo pugno.
Quando riaprì la mano, giurò di aver visto volare via una farfalla arancione. Una farfalla monarca.
Sorrise: quella sì che era una buona giornata.

Alessandra Vuoso

L’ATTIMO PRIMA DELLA RINASCITA

Ilaria si trovava nel suo vecchio appartamento in città quando la quarantena era stata annunciata e non era potuta tornare nella villetta in campagna dove abitava con il marito. Era andata lì per lavoro e ora si trovava bloccata tra quelle quattro mura, che le facevano provare un senso di claustrofobia e di déjà vu: i ricordi dei tempi dell’università spuntavano all’improvviso non appena posava gli occhi su un qualsiasi oggetto della casa.
Le settimane passavano lente, ma Ilaria era fortunata: poteva lavorare in smart working con il suo amato portatile ed una connessione veloce. La consolava il fatto che almeno gli incubi non la tormentavano più di notte ed era grata anche per il silenzio che regnava nel suo appartamento: un silenzio che credeva impossibile potesse esistere, un silenzio che cullava il suo cuore. I primi giorni di isolamento erano stati strani proprio per quello: accorgersi che il suo battito cardiaco era regolare la confondeva, non era abituata a quella calma.
Il sollievo lasciò spazio alla disperazione, un sentimento che non si era concessa di provare nemmeno nei momenti più duri. Si rese conto che doveva fare qualcosa prima che la quarantena finisse, si ripeté in continuazione che non era colpa sua e chiamò sua madre. Una tempesta di lacrime la investì quando sentì la sua voce: era calda e rassicurante come la ricordava da bambina, desiderava che lei fosse lì, ad abbracciarla forte per rimettere insieme tutti i pezzi del suo corpo che si erano rotti. Le disse tutto del suo matrimonio inizialmente felice, proprio come lo vedevano tutti da fuori, e di come poi erano arrivati i primi schiaffi, poco dolorosi ma capaci di farla sentire sporca. Le raccontò del suo senso di colpa, delle botte sempre più forti, delle ciocche di capelli tirate fino a strapparsi e del suo corpo completamente ricoperto di ferite. Le raccontò di rapporti fisici forzati, senza più un briciolo d’amore o di desiderio: solo violenza. Ilaria fece lo stesso con i carabinieri, li chiamò il giorno seguente, dopo aver passato la notte a piangere perché non voleva ferire la persona con cui era sposata, sebbene lui l’avesse ferita in modo decisamente peggiore e orribile.
Aprile stava finendo e Ilaria cominciava a sentirsi finalmente al sicuro, ma ogni giorno pensava alle persone che non c’erano più o a quelle che lottavano in un letto di ospedale. Pregò per loro, pregò perché sperava che guarissero, proprio come stava guarendo lei.

Claudia Leto

E POI QUELLA STORIA, LA STORIA DI NERINA

Il sole cade obliquo sul tavolo, accarezza un vecchio libro. L’ho messo ben in vista come fosse uno di quei vasi in terracotta con una piantina dentro da innaffiare e di cui prendersi cura ogni giorno. O forse la piantina/libro dovrebbe prendersi cura di me adesso. Adesso che fuori c’è il vuoto. Non ho ancora preso l’abitudine di chiamarlo per nome, lui il virus, però so che esiste. Mi guardo allo specchio e muovo le labbra. Avevo imparato che non temevi i cambiamenti. Cammino nel lungo corridoio, c’è un desiderio forte in me di possedere qualcosa.
Mentre giro la pasta nella pentola prima di versarla nel piatto mi soffermo sui dettagli, medito sul potere del cibo. Eppure col silenzio ci sono cresciuta. In estate sono stata quella che alle baldorie ha preferito la calda luce del Sud, sono stata quella che ai locali notturni ha preferito l’antichità, i racconti degli avi. Ero felice di quel paese lucano che si appisolava dopo pranzo, chiudeva le persiane e le finestre. E poi quella storia, la storia di Nerina. Bella con la sua chioma corvina e i vestiti sempre all’ultima moda. Un giorno trovò l’amore e volò a New York. Nerina mi riporta alla bellezza, ad un terreno soffice fatto di radici e di sensualità. Mi riporta alla cosmesi naturale delle bisnonne, l’ingegnosità di inventare e di reinventarsi anche ai tempi di guerra. Mi riporta alle loro mani mai stanche. Le tradizioni salvano.

Sara Cancellara

QUARANTENA -2020-04-28

Se mi avessero chiesto qualche mese fa che piani avessi per il futuro, avrei snocciolato una lista lunghissima di idee e progetti. Poi il mondo, all’improvviso e senza chiedere, si è ripreso il suo tempo, i suoi spazi eterni nei nostri spazi in prestito.
Nel silenzio rumoroso delle strade vuote, ha deciso per il mondo intero. Pausa. Tutto è andato in pausa. Son cadute le certezze, i progetti e le abitudini. A ritmo di telegiornali ci è stata impartita una nuova realtà obbligatoria. Quello che più spaventa la mente umana è l’incerto, la mancanza di abitudini solide manda in tilt la mente. Il meccanismo di difesa scatta, e la risposta al vuoto è il tentativo di riempirci. Occuparci di tutto e di niente, saturarci di notizie ripetitive, quasi come un mantra entrano nelle nostre giornate come potessero tranquillizzarci e restituire quello che ci è stato tolto. Ho sempre pensato che le pause siano nello spazio di un respiro, che fossero nate per il riposo e la coltivazione di noi stessi.
In questi mesi ho capito che tutto può cambiare in un istante, tutto quello che pensiamo di possedere e di controllare, non è mai stato nostro. Quello che ho imparato è che poche cose sono importanti, nessuna di queste si può comprare. Il suono di una risata e il rumore del mare, possono essere il motore di una bella giornata, o la spinta per seguire una via.
La pausa del mondo dall’umanità egoista, dovrebbe insegnarci ad avere rispetto, a fare silenzio. Ci sentiamo grandi, ma non siamo altro che molecole di uno stesso universo. La nostra polarità può cambiare in un attimo, fuori dal nostro controllo. Godetevi i momenti, come vi godreste il movimento delle onde.

Elettra Sinicato

COME SE CI VOLESSE UNO STOP

È come se il mondo si fosse fermato.
Come se ci volesse uno stop, una pausa, per rendersi conto di tutte le piccole cose che abbiamo; per comprendere l’ importanza di un abbraccio, di un caffè al bar, di una cena con gli amici.
E’ come se ci servisse uno stop, dalla vita frenetica e scandita da orari, da scadenze.
Tutto è chiuso e in una situazione come questa altro non puoi fare che interrogarti sulla tua vita e pensare a tutte le volte che “no mamma, oggi non vengo magari domani”; “sono stanca, non ho voglia di uscire”.
A tutti gli abbracci non dati, ai ti voglio bene mancati perché “tanto c’è tempo magari glielo dirò domani”.
Ed il domani è arrivato, come un fulmine, all’ improvviso. Un domani che ci costringe in casa e a fare i conti con i propri pensieri.
Un domani carico di incertezza e di paura.
La città è deserta, l’ Italia si è svuotata.
E mentre noi siamo costretti in casa, il mondo va avanti con gli animali che tornano a ripopolare i parchi, l’ inquinamento che scende e l’ aria che diventa più pulita. Come a dirci che la vita prose- gue, anche senza di noi, che abbiamo, forse, preteso troppo.
Le giornate passano, alcune lente e altre più veloci, e momenti di speranza si alternano a momenti di sconforto.
Momenti in cui pensi che tutti quei cartelli appesi ai balconi con scritto “andrà tutto bene” hanno ragione e momenti in cui ti infastidisce anche solo vederli.
Chissà come sarà tornare a vivere la vita di prima, chissà se riusciremo davvero a viverla con un altro spirito come stiamo promettendo di fare da un po’ di giorni.
Tutti ci proponiamo di imparare da questa esperienza e di uscirne diversi. Di imparare a dare importanza a ciò che prima veniva dato per scontato e a non sottovalutare più l’ importanza dei piccoli gesti.
Eppure, costretti in casa, ognuno di noi ha ripreso le passioni che spesso non trovano e spazio nella quotidianità. C’è chi legge, chi dipinge, chi cucina e ovviamente c’è chi scrive.
Che mettere nero su bianco le proprie paure, i propri sentimenti è un modo per combatterli, esorcizzarli, buttarli fuori da sé e condividerli con chi ha i tuoi stessi timori e che leggendoli non si sente più solo.
Come sarà il dopo?
Troppo difficile anche solo immaginarlo, perché è richiesto ancora tanto tempo.
Chissà come sarà camminare di nuovo, sotto lo stesso cielo, incontrare sguardi che non sono più colmi di paura e visi che non sono più nascosti da maschere.
Chissà come sarà rifugiarsi di nuovo nell’abbraccio di una madre.

Ninnolo Federica

QUANDO CI ABBRACCEREMO E SENTIREMO FINALMENTE I NOSTRI CUORI BATTERE.

Solo il pensiero di un abbraccio sincero mi fa tornare bambino. Quando a sorprendermi sono stati proprio questi momenti in cui eri un fanciullo e un abbraccio aveva il potere di renderti libero e tranquillo. Quando a cullarti erano le voci dei tuoi cari e non avevi niente di meglio da chiedere. Allora come ora, felicità voleva dire godere a pieno di quei momenti perché volevi solo un abbraccio e sapevi che poi saresti stato meglio. In questo tempo così incerto, in questi attimi che sembrano godere di un tempo dilatato penso solo a quando potrò abbracciare chi più amo per rendere a loro e a me stesso la possibilità di aprire e curare i nostri cuori così maledettamente fragili. Quando ci abbracciamo e sentiremo finalmente i nostri cuori battere. Non più forte, non più come prima. Sentiremo un nuovo battito che emette solo libertà e pace ritrovata.

Alessandra Cassano

UN MARE… DI DOLORE

Giorgio ultimò il quadro con i colori che prediligeva: i colori del mare.
Aveva dipinto un dolore sordo che portava nel cuore da giorni. Due settimane prima un medico l’aveva chiamato per dirgli che sua madre era morta. “Non abbiamo potuto fare nulla per salvarla, ci dispiace.”
Quelle erano state le parole di un dottore probabilmente troppo stanco di lottare, ferito dall’ennesima vita che era stata spazzata via da quando il virus era arrivato in Italia. Giorgio aveva percepito sincerità nel tono di quella voce e aveva provato empatia nei confronti di quell’uomo. In fondo, era stato costretto a dire a un figlio che la donna che l’aveva partorito, cresciuto e amato con tutta se stessa non apparteneva più a questo mondo.
Osservò la tela macchiata di lacrime invisibili, quelle che non era riuscito a versare. Una voce proveniente dalla televisione accesa ripeteva la stessa frase: “Restate a casa.” E così lui aveva fatto: era rimasto nella sua abitazione vuota. Solo. Non avrebbe potuto più telefonare a sua madre, non avrebbe più potuto ascoltare la sua voce dolce.
Fu in quel momento, guardando il dipinto, che pianse. Pianse sulla tavolozza e i colori si mescolarono, creando un mare di sofferenze.
Uscì in giardino, avrebbe voluto urlare ma non lo fece: rimase immobile, poi scorse una figura in lontananza. Sospirò. Giorgio non poteva sapere che quella giovane donna lo amava in silenzio.

Lei sedeva davanti alla finestra della sua camera da letto, aspettando che le ferite del mondo si ricucissero. Anche lei era stata privata di tante cose ed era in attesa soltanto di incontrare di nuovo Giorgio, scrutare il suo meraviglioso sorriso e salutarlo.
Che cosa gli avrebbe detto? Sarebbe riuscita a guardarlo negli occhi? Sarebbe più stata la stessa? E lui, come avrebbe reagito vedendola?
Non avrebbe potuto rispondere a quelle domande, ma di una cosa era certa: avrebbe voluto tenergli la mano e navigare insieme a lui in quel mare di dolore.

Elisa Fumis

PAROLE IN QUARANTENA

Dalla finestra di casa mia posso contare i metri che mi separano dal mare. Inizio a pensare a quanti potrebbero essere poi però mi perdo nel blu.
Dalla finestra di casa mia posso monitorare la crescita dei tulipani acquistati in Olanda l’autunno scorso. Sono fioriti piano, prima le foglie verdi, poi i primi boccioli e solo alla fine il gambo è cresciuto acquistando centimetri e bellezza.
Dalla finestra di casa mia posso sbirciare le vite degli altri sospese ai balconi: c’è una signora che stende i panni sul filo cantando, un’altra cala giù il suo “paniere” per offrire o ricevere qualcosa, un altro signore invece ha trascorso l’intera mattinata a ritinteggiare delle sedie. Con cura passa e ripassa il suo pennello sulla spalliera, sulla seduta, ora sulle gambe… Quel suo oggetto di legno gli ha fatto liberare la mente per un po’ fischiettando spensierato.
Dalla finestra di casa mia vedo un ragazzo scorrazzare con la sua bici sul terrazzo, ho pensato a quanto fosse fortunato.
Dalla finestra di casa mia sento dei bambini parlare al microfono, si presentano contenti, affermano di come si stiano annoiando e decidono così di cantare qualche canzone al balcone ricreando, in un secondo, un piccolo pubblico intenerito.
Dalla finestra di casa mia mi siedo sulla poltroncina di vimini e prendo il primo sole primaverile. Lo sento sulla pelle e cerco anche di ascoltarlo, magari ha qualcosa da dirmi.
Dalla finestra di casa mia in un momento di surreale silenzio ho sentito il rumore della cassa del supermercato di fronte. È stato incredibile sentirlo fin quassù come colonna sonora di un mondo ormai rinchiuso dentro casa.
Dalla finestra di casa mia vedo però anche il mio cagnolino che si affaccia al balcone, sento mia madre che mi chiama dicendo che è pronto da mangiare, vedo mia sorella e mio padre che rientrano in macchina dal lavoro, sento il telefono che squilla e mi dice “Amore!”.
Il mondo alla mia finestra continua a girare e ad andare avanti nonostante qualche fatica.
Ecco che il mondo alla mia finestra continua ad essere vita.
Giorgia Casciello

PAROLE IN QUARANTENA

Caro amico Diario,
ti ho detto che la maestra ci aveva dato un compito difficile che era “Cercate la bellezza. E se proprio non riuscite, createla”. Io ho fatto il tema che lei mi aveva assegnato, le moltiplicazioni e divisioni, gli esperimenti di scienze e ho imparato le nuove parole di inglese. Scrivo il mio diario tutti i giorni perché la maestra ha detto “così potete tenere la mano e la mente in esercizio” e poi è divertente perché racconto la mia giornata a qualcuno dato che con mamma e papà ci passo tutto il tempo e non ho tanto da dirgli. Io però il compito della bellezza non lo capisco proprio. Come si trova la bellezza? Ci hanno detto che non possiamo uscire di casa quindi io dove la vado a prendere? L’altro giorno in videochiamata l’ho chiesto direttamente alla mia maestra. “Maestra Claudia- le ho detto “forse non mi ci sono impegnata abbastanza, ma io proprio non so come e dove cercarla questa bellezza”. Lei mi ha guardata e ha sorriso, ma poi è diventata tutta seria e mi ha detto: “Tesoro, la bellezza è quando tu vedi qualcosa e quella cosa non solo è piacevole alla vista, ma ti fa battere il cuore un po’ più forte, per la gioia”. “Ma allora è anche nella crostata con la marmellata di fragole di mamma?” e allora la maestra è proprio scoppiata a ridere forte e mi ha detto “Esattamente, anche nella crostata alle fragole, bravissima!”. “Ma allora è facile da trovare, la bellezza?” “Si riesce a cogliere dovunque, se si guarda con attenzione”. In questi giorni mi sono messa a cercare bene e ho capito che la maestra aveva proprio ragione. Per me sono belli anche gli animaletti che strisciano in giardino e che fanno urlare mamma quando li porto in casa perché voglio dargli da mangiare. È bella una fetta di pane con la cioccolata, anche quando ci sono i buchini nel pane e la cioccolata esce e io mi sporco tutta. È bella la pancia di papà quando la uso come tamburello e allora lui mi prende in braccio e mi fa il solletico. è bella mamma quando si mette la maglia azzurra che le ho regalato per il compleanno. Sono belle anche le piantine di basilico che ho piantato con nonna e che saranno grandissime quando ci rivedremo e potremo fare insieme il pesto e mangiarlo con le fettuccine fatte da nonno. Anche questi giorni in casa non sono male perché ho seguito il consiglio della maestra, li ho guardati bene e ho scoperto che alla fine sono belli anche loro, anche quando non lo sembrano.

Cristina Racioppi

DISTANZE

Colmare un’assenza ripercorrendo le vie dei ricordi che sorridono agli stati d’animo della mancanza.
Comprendere quanto gli attimi siano importanti e non bisogna tralasciarli.
Un istante vissuto nell’abbraccio,
in un bacio,
nelle mani congiunte,
un respiro ascoltato con la testa chinata sul petto,
gli sguardi vicini che si raccontano nei silenzi.
Ritorneremo più consapevoli e coscienti di quanto tutto questo sia fondamentale.
Ritorneremo più amanti dei dettagli.
Ritorneremo più forti perché avremo sconfitto la superficialità che a volte inconsciamente ci ha accompagnati nella vita quotidiana.
Ritorneremo avendo compreso cosa realmente significa la parola AMORE.
 di Gianpiero Cassone (aka il Riccio Visionario.)

SOGNO DI UNA MAESTRA IN QUARANTENA

Ho fatto un sogno. Frequentavo la prima liceo, non so quale, forse musicale. Sono arrivata a scuola in ritardo, dopo una lunga chiusura, era da poco passato il Natale e c’era stata tanta, tanta neve. Ero disperata, non mi ricordavo quale fosse la mia aula. Ho chiesto ad una collaboratrice che non mi ha saputo aiutare perché era indaffarata con guanti e mascherina. Siamo arrivate alla conclusione che siccome le prime erano al piano superiore, anche la mia aula fosse lì. Finalmente l’ho trovata e prima di aprire la porta ho sentito che all’interno suonavano campanelli, legnetti e tamburelli, certo, era la lezione di musica. Sono entrata e ad accogliermi, oltre al prof. , c’erano i miei compagni, tutti intorno alla cinquantina, come me. Più che una classe di prima liceo, sembrava un collegio docenti. Dopo aver salutato ed aver chiesto scusa per il ritardo, mi sono seduta all’ultimo banco dove mi ha raggiunta mia figlia che era al primo banco e mi ha portato un caffè, loro l’avevano bevuto da poco. “Grazie” ho detto e stavo per abbracciarla … ma mi sono svegliata.

Borrelli Annalisa

PIÙ DELLE PAROLE

Sarebbe ritornato lì. Su quella spiaggia ricoperta da ciottoli che conservava un indimenticato sapore estivo di infanzia. Lo ricordava così: un minuscolo fazzoletto di terra incastonato nella selvaggia costa cilentana. Pochi metri quadrati di libertà. Il sole sulla pelle, l’odore del mare, le serate all’aria aperta e quell’ottimismo che ti fa credere che davvero tutto è possibile.

“Il tempo che stiamo vivendo, è un tempo a cui non eravamo preparati” – pensò.

La dimensione dell’inatteso e dell’imprevedibile aveva preso il posto di tutte le sue certezze.

Tuttavia la sua quarantena non era stata poi così dura. Gli aveva offerto la possibilità più unica che rara di fermarsi, di contemplare il silenzio, di scavare in fondo al cuore. E come spesso accadeva da oltre vent’anni, all’improvviso, era apparsa lei.

Era bastato un semplice accordo per riportare a galla immagini ed emozioni. Un biliardino, una chitarra, una canzone degli Extreme e quella fontana, in piazzetta, dove la vide per la prima volta. Aveva avuto da subito l’impressione di conoscerla da sempre. Forse per questa ragione una mattina cominciò a parlarle di alchimia e sincronicità. Il mare brillava sotto i potenti raggi del sole, una leggera brezza di scirocco le spettinava i lunghi capelli dorati, l’ombra dei pioppi gli diede per un attimo ristoro e coraggio.

Ci sono incontri destinati all’eterno.

Quelli che sfuggono (per fortuna) alla superficialità dei nostri sguardi razionali e alla nostra incapacità di cogliere i segnali e le opportunità. Si tratta solo di scegliere le lenti giuste con le quali osservare il mondo.

I loro occhi si erano già incrociati anni prima, quando erano poco più che bambini. Non si erano visti per lungo tempo nonostante continuassero a frequentare periodicamente quel posto. Poi, una domenica mattina di una miracolosa estate, sul finire degli anni Novanta, quella strana coincidenza, talmente improbabile da risultare magica, consegna nelle loro mani una nuova consapevolezza.

C’è un filo invisibile che ci lega.

Invisibile ma molto resistente.

Un filo che va oltre il tempo e lo spazio, l’amore e l’amicizia.

Lo squillo del cellulare interrompe i suoi pensieri. Una voce familiare, e per nulla inattesa, scuote il cuore. Pungola il torpore di un fastidioso e interminabile lockdown.

Il filo si è riannodato.

È quell’abbraccio che unisce e dura il tempo del sempre.

«Appena possibile tornerò ad ascoltare la voce del mare e il silenzio dei nostri pioppi – le disse -. In quella terra magica che ancora mi parla».

Marianna Morante

SENZA PAURA.

È così ci hanno chiusi in gabbia. Strano, vero?
C’è chi si è accorto di essere chiuso in un posto che non gli appartiene, troppo piccolo per l’universo che sogna. Ci siamo ritrovati a lasciar viaggiare senza freni la nostra mente, costretti a rimanere fisicamente lì…fermi. C’è poi chi ha scoperto, d’altro canto, che casa=famiglia e, forse, sono state troppe le volte in cui abbiamo pensato “ma si, tanto mamma e papà li vedo domani mattina”. Ci siamo accorti che mamma e papà lentamente stanno invecchiando, eppure è sempre bello stringerli forte, sedersi a tavola con loro per godersi una cena senza avere fretta.
Alcuni sono stati obbligati a rimanere in un luogo che non riconoscono più; altri invece lo hanno finalmente conosciuto, il loro posto sicuro.
Abbiamo riscoperto il piacere degli aperitivi fai-da-te, con un pacco di patatine vecchia data e uno spritz improvvisato, con tanto alcool magari, come piace a noi! La facilità con cui abbiamo risentito amici che non sentivamo da tempo.
C’è chi si è scoperto realmente innamorato ora che non ha potuto dare per scontata la presenza di una persona e chi, invece, ha capito di amare una semplice abitudine e non l’amore.
Abbiamo insomma fatto i conti con i nostri stessi sentimenti, in un modo o in un altro.
Ci hanno, fondamentalmente, lasciati soli e abbiamo imparato a scoprirci, a esplorarci, a conoscerci.
Chi ha scoperto un nuovo hobby, chi ha dato il via a un progetto che sognava da tempo e che ha sempre rimandato; chi si è rivelato un genio in cucina e chi ha iniziato a suonare uno strumento. C’è poi, ancora, chi ha finalmente capito che un’ora di esercizio fisico al giorno non fa male, come non fa male lavarsi le mani una volta in più (ma dai?! Abbiamo imparato a essere civili?).
Questo strano virus ci sta insegnando a essere padroni delle nostre scelte.
Stiamo imparando a godere delle cose semplici, di quelle piccolezze che abbiamo dato così tanto per scontato da essercene dimenticati.
Che poi questo è il senso stesso della felicità: trovarla nelle piccolezze, nei gesti puri.
Bisogna però, avere il coraggio di farlo.
Usciamo da questa gabbia.
Senza paura.

Alessia Pecoraro

RIFLESSIONI

Scriverò di questo periodo storico segnato da un Virus dal nome Covid-19. Dirò che da un giorno all’altro ci siamo trovati catapultati in una realtà che di reale aveva ben poco. Di giornate scandite da una libertà compromessa perché ciò che contava era attenersi a certe regole per poter debellare il maledetto virus. Dirò che ci erano mancati gli abbracci e gli sguardi. Dirò che la nostra libertà era stata circoscritta tra le mura domestiche e l’unico modo per sentire la vita sfiorarti il viso, era sporgere alla finestra. Dirò che non erano mancati i momenti di sconforto ma se d’altronde pensavi a chi sfortunatamente era capitato in letto d’ospedale attaccato alla speranza di un respiratore, allora sì che lamentarsi diventava una bestemmia e nonostante tutto dovevi sentirti fortunato (pur vivendo una situazione limitante). Dirò che in televisione e sui social non si parlava d’altro e che ogni bollettino giornaliero ti regalava un momento di suspense fatto di ansie e speranze allo stesso tempo.
Dirò che mai come adesso avevo capito quanto è importante la libertà e quanto sono importanti i rapporti sinceri. Dirò che questo momento mi aveva fatto capire che non tutte le persone tengono a te nella stessa misura. Dirò che anche una semplice telefonata era stata capace di darmi sollievo e che le videochiamate era diventate l’unico modo per sentirti più vicino a qualcuno. Dirò che questo era stato il periodo della prova, e che come combattenti eravamo stati messi in trincea di fronte a un nemico invisibile ma non per questo innocuo. Dirò che questa pandemia mi aveva fatto riscoprire una forza che nemmeno io conoscevo e che era l’unico elemento indispensabile per non crollare. Dirò che nell’attesa di tornare alla vita di tutti i giorni, avevo imparato ad assaporare ogni attimo…infine dirò che per quanto la tempesta ci sconvolge, non c’è arcobaleno che non spazzi via le nuvole, e capace di dare una nuova luce al cielo…perché in fondo se ci credi, andrà tutto bene!

Amelia Di Matteo

NOVE DI SERA. FASE DUE

Sono le nove;
forse verrai o non verrai.
Non voglio chiedertelo, non so cosa desidero. Le possibilità che si profilano sono due.
Uno: fra un paio d’ore riceverò un tuo messaggio, in cui mi dici che sei sotto casa. Io sarò felice, sarò ubriaca perché avrò bevuto tutto quello che c’è da bere, avrò una notte di passione. Ma anche una vicinanza da gestire, perché sarai reale. Sarai reale, e quanto è difficile fare i conti con ciò che è reale e non si ama profondamente? Dovrò riflettere su questo e quello, su quanto a lungo soffermarmi sulle efelidi sulla tua schiena. E se dovessero venirmi a noia? È tanto che dormo sola. Che mi sveglio sola. È una questione semplice però; verrai, sarò felice di vederti, sarò ubriaca, ti sorriderò e faremo l’amore cinque volte. È bello il modo in cui non mi ami e mi fai male, mi ricorda quello che amo. Domani mattina mi sveglierò e senza pensare, metterò su il caffè, lo berremo insieme. Ti saluterò senza dolore, tu andrai via. Avrò altro a cui badare. Le mie emozioni saranno semplici e materiali. Mi sentirò viva perché ieri ho fatto l’amore. Un bel racconto che finisce così.
Due: non verrai. È successo qualcosa, non è successo niente, forse hai paura anche tu perché sai quello che succede e non sei sicuro di volerti mettere nei guai. Ti capirò e mi addormenterò tardi, avrò bevuto tutto quello che c’è da bere. Sarò ubriaca, ballerò allo specchio. Scriverò qualcosa. È bello il modo in cui non mi ami e mi fai male, mi ricorda quello che amo. Forse se tu non verrai, se mi lascerai ancora appagata dal nostro ultimo incontro, e mi negherai la tua presenza stanotte, io mi innamorerò di te. Perché ho imparato a identificare l’amore con l’assenza, perché quello che amo è assente. La nostra quarantena ha avuto inizio tanto tempo fa. Domani mattina mi sveglierò sola, piena di voglia di vederti, e ti desidererò così tanto, perché sarai stato assente. Mi sarò finalmente innamorata di un’assenza diversa, quella di ieri sera. Metterò su il caffè, lo berrò. Guarderò fuori. Le mie emozioni saranno difficili e astratte. Mi sentirò viva perché ieri non ho fatto l’amore. Un bel racconto che finisce così.
Per un giorno, per il giorno di domani, ci sono due strade. Ma questa sera non so scegliere.
Intanto sono le nove e mezzo; forse verrai o non verrai. Oggi non so dire il finale che preferisco.
In qualunque caso, domani mi sentirò viva.
Per qualche assurdo motivo la vita, come l’amore, è un fenomeno che si manifesta nell’assenza.

Ida Venditti

PAROLE IN QUARANTENA

Hai presente quel qualcosa che ti rende felice?
Il concetto di felicità è un qualcosa di soggettivo, estremamente soggettivo.
Dipende dal nostro essere, dalla nostra esperienza, dal risultato degli attimi che ci compongono.
L’emozione riconducibile alla felicità, i cambiamenti corporei, la sensazione di benessere che ci caratterizza, il volume basso dei pensieri disturbanti, se non la totale assenza. Silenzio.
In quel momento esisti tu, il tuo benessere e le sensazioni che quella esperienza ti fa vivere.
Il mio concetto di felicità è legato a cose apparentemente semplici, con elementi naturali, con gli esseri umani, con il sole alto una mattina d’estate. Il suono delle cicale.
Se dovessi pensare a dove vorrei essere in questo momento, penserei al rumore. Al rumore della felicità.
A quanto i miei pensieri fanno rumore, a quanto io stia bene, al chiedermi se sia felice. Alzare il volume.
La felicità è composta da attimi? Riconducibile al modo di guardare? Sentir-si.
La felicità che potrebbe nascondersi dietro semplici gesti.
Un caffè al bar in compagnia.
Il rumore delle chiacchiere, della leggerezza.
Agli sguardi di complicità con un’amica.
Al rumore del mare.
Al gelato cioccolato e stracciatella, rigorosamente con panna.
Una felicità riconducibile ad una fotografia. A quello che siamo stati. Nostalgia.
In base all’età, tendere al soffermarsi su particolari diversi. Dal come si era vestiti, alla moda del momento, a quella versione di latino, al concetto dell’amore, quello puro, senza guardare a quello che si abbia, ma a come ci faccia stare, a quella ruga che prima non c’era. Al  costruire un’identità, un posto nel mondo, al far tardi. Alle risate assordanti, alle dediche su vecchi diari, alla purezza e all’ingenuità che caratterizza l’essere adolescenti.
Comprendere come si è diventati.
Nel riguardare vecchi video, fotografie, nell’oggi, la prima cosa sulla quale mi soffermo è il contatto, la vicinanza tra le persone.
Una cosa così scontata un tempo non molto lontano.
La felicità di ritrovarsi a camminare tra le strade di una città che mi ospita ormai da anni, Roma.
Qualche giorno fa è stato il suo compleanno. Una Roma che non smette mai di stupirmi e che mi commuove vederla in un “semplice” video.
Le strade vuote, le stesse che percorrevo qualche mese fa, ricche di vita, di parole.
Quante telefonate, appuntamenti, aperitivi, dati per scontati.
Dare valore. Che sia un abbraccio, una carezza, un gesto umano.
Dare valore e vivere l’attimo, tra la lista delle cose da fare.

Ludovica Coluccia

LA “STAZIONE” CHE NON CONOSCO

Sembra un giorno come tanti altri, di un anno come tanti altri …
Sono  su un marciapiede della stazione  di Lucerna , aspettando il treno per andare a lavorare da commessa alimentare *
Quanti giorni , quanti anni , quante volte ho  camminato in questo luogo che mi e`diventato familiare…
Quante  facce  avrò  visto  camminare su questi marciapiedi riempendoli,
quante storie  mi avrebbero potuto raccontare,
quanti ” mestieri ” nascosti sotto quelle facce che velocemente si dirigevano verso le uscite.
Adesso il Tempo mi sembra surreale: mi sembra di sognare…
Si avvicinano  alcuni piccioni alla ricerca di briciole.
Guardo l’orologio della stazione, sono le 12:15 del 19 marzo di un anno che ci ricorderemo: il 2020, l’anno del Coronavirus.
L’autoparlante  annuncia che  il  treno per l’Italia si fermerà a Chiasso: uno dei tanti provvedimenti della Confederazione Svizzera . In altri tempi avrei ascoltato i nomi di tutte le fermate, in ultimo quello di Milano.
L’aria e`pesante, neanche un alito di vento in segno di vita…
L’assurdità in una stazione di 20 binari .
Da un treno scendono  i viaggiatori che si possono contare sulle dite di una mano e velocemente si dileguano…
Salgo sul treno,  potrò scegliere dove sedermi; non avrò nessuno davanti a me né alle mie spalle, forse sono l’unica nell’intero settore.
Il SILENZIO mi accompagnerà per l`intero viaggio.
Il SILENZIO accompagnerà la voce dell’autoparlante che comunicherà solo a se stessa.
Il SILENZIO terra`compagnia ai piccioni che continuano la loro ricerca di briciole….
Non è questa la stazione di Lucerna che conoscevo..
Questo è effetto  Coronavirus

Antonia Cianciulli, Lucerna

* Dal 10.3 al 27.4.2020, la Svizzera permette l`apertura di  SOLI negozi di prima necessita `come farmacie, supermercati; causa pandemia Corona Virus